La divisione ereditaria e contrattuale

art. 1116  c.c.     applicabilità delle norme sulla divisione ereditaria: alla divisione delle cose comuni si applicano le norme sulla divisione dell’eredità, in quanto non siano in contrasto con quelle sopra stabilite.

 

 

In tal modo il legislatore ha sostanzialmente affermato che le norme sulla divisione ereditaria costituiscono la logica necessaria integrazione delle norme sulla divisione delle cose comuni e si applicano sempre, salvi gli eccezionali casi d’incompatibilità.

Per quanto riguarda le norme sulla divisione ereditaria che non possono essere applicate alla divisione ordinaria si ricordano gli artt.:

1)   713 2,3 e 4 co – la sospensione testamentaria della divisione;

2)   715 – casi d’impedimento alla divisione;

3)   723 – resa dei conti; difatti il rendiconto, ancorché per il disposto dell’art. 723 c.c. costituisca operazione contabile che deve necessariamente precedere la divisione, in quanto preliminare alla determinazione della quota spettante a ciascun condividente, non si pone tuttavia in rapporto di pregiudizialità con la proposizione della domanda di divisione giudiziale poiché ben può essere richiesta la divisione giudiziale ex art. 1111 c.c. a prescindere dal rendiconto, a tanto potendosi e dovendosi provvedere nel corso del giudizio di divisione, sia nelle forme di cui all’art. 263 e ss. c.p.c., sia mediante indagini e prove di tipo diverso, come la consulenza tecnica[1].

4)   719  – la vendita dei beni per il pagamento dei debiti ereditari;

5)   731  – la suddivisione tra stirpi;

6)   733 – le norme date dal testatore sulla divisione;

7)   734  – la divisione fatta dal testatore;

8)   735 – la preterizione degli eredi e la lesione della legittima;

9)   724 – 725  – l’istituto della collazione;

10)737 – 751 – l’istituto dell’imputazione dei debiti;

11)752 – 756  – il pagamento dei debiti ereditari;

12)732–  il retratto successorio[2].

 

Mentre, secondo la S.C.[3], non è applicabile l’art. 1115 c.c. – secondo il quale il partecipante che abbia adempiuto obbligazioni contratte in solido per la cosa comune ha diritto, in sede di divisione, ad un incremento della quota in misura corrispondente al rimborso dovutogli – se eredi legittimi sono soltanto i due figli del “de cuius“, ciascuno di essi ha diritto ad una metà del patrimonio relitto, senza che il coerede che abbia sostenuto oneri anche nell’interesse dell’altro possa vedersi riconoscere il diritto ad un corrispondente incremento della propria quota o anche soltanto alla scelta tra le quote uguali predisposte nel progetto di divisione, dovendosi ritenere che, a parità di quote, il metodo tendenziale di assegnazione, derogabili solo in presenza di situazioni di apprezzabile opportunità, sia quello del sorteggio previsto dall’art. 729 c.c.

 

È cosa giusta anche riportare ai fini procedurali che l’azione di divisione ereditaria e quella di riduzione sono fra loro autonome e diverse, perché la prima presuppone la qualità di erede e tende all’attribuzione di una quota ereditaria, mentre la seconda implica la qualità di legittimario leso nella quota di riserva ed è finalizzata alla riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni lesive della legittima; ne consegue che la domanda di riduzione non è implicitamente inclusa in quella di divisione, sicché – nel regime anteriore alla riforma di cui alla legge 26 novembre 1990, n. 353 – una volta proposta la domanda di divisione, quella di riduzione è da ritenere nuova e, come tale, inammissibile ove la controparte abbia sul punto rifiutato il contraddittorio nel corso del giudizio di primo grado[4].

 

 

 

La Summa divisio

La divisione può essere

 

Contrattuale

Giudiziale

 

Gli atti paradivisori (c.d. divisione civile)

 

 

 

La divisione contrattuale

 

Se tutti i comunisti sono d’accordo, si procede dunque alla divisione contrattuale, che si perfeziona una volta raggiunta l’unanimità dei consensi sull’insieme delle varie operazioni necessarie.

 

Natura giuridica

È un contratto

1)   a prestazioni corrispettive – e il sinallagma, più che nella rinunzia reciproca a qualsiasi diritto sui beni assegnati agli altri, si ritrova nell’interdipendenza fra le porzioni attribuite, infine, non è un negozio di accertamento poiché esso non presuppone l’incertezza.

2)   plurilaterale nel senso che devono partecipare più persone, ma non è un contratto plurilaterale a tutti gli effetti perché è necessaria la partecipazione di tutti i contitolari del diritto. Difatti l’atto negoziale di divisione del compossesso di un bene (nella specie, un’area di proprietà comunale) è affetto da nullità nel caso in cui sia stato stipulato senza l’intervento di tutti i compossessori di un bene, difettando, per il persistente possesso dei compossessori estranei all’accordo, la possibilità per gli stipulanti di eseguirne e correlativamente pretenderne l’adempimento[5]. Con altra pronuncia, la medesima Corte[6], ha affermato, inoltre, che in tema di divisione negoziale, in relazione alla quale fra l’altro non trova applicazione la norma dettata dall’art. 784 c.p.c. – per la divisione giudiziale – sul litisconsorzio processuale, la partecipazione (di natura sostanziale) al negozio da parte del contitolare della comunione ereditaria, è necessaria soltanto se lo scioglimento concerna la contitolarità del medesimo diritto (comunione omogenea) e non invece allorché sullo stesso bene concorrano diritti reali di tipo differente come ad esempio usufrutto e proprietà (comunione impropria). Ne consegue che non è affetto da nullità l’accordo stipulato dai comproprietari per lo scioglimento della relativa comunione nonostante che nella divisione negoziale non sia intervenuto il coniuge superstite titolare del diritto di usufrutto e partecipe – quale legatario “ex lege” – della comunione ereditaria dal momento dell’apertura della successione.

3)   solitamente oneroso (a volte può avere anche i requisiti di una negozio misto e in tal caso ricorre una figura di donazione indiretta)

4)   ad effetti immediati

5)   commutativo

6)   istantaneo

 

I requisiti del contratto di divisione sono quelli tipici di ogni altro contratto (art. 1325):

 

A) l’accordo –  Per la Corte di legittimità[7] un progetto di divisione di comunione, redatto da un terzo, cui sia stato affidato tale compito, ove si presenti di contenuto tale da integrare gli elementi della proposta e dell’accettazione della divisione e venga sottoscritto per adesione da tutti i condividenti, è idoneo a determinare l’incontro di volontà dei medesimi e quindi la conclusione del contratto di divisione.

B) la causa  (scioglimento della comunione) –

C) l’oggetto – riguardo all’oggetto secondo la Cassazione[8] la divisione può avere solamente il diritto di proprietà o altri diritti reali, i soli suscettibili di comunione indivisa “ex” art. 1100 c.c., e non anche i diritti personali di godimento. Pertanto, l’attribuzione ad uno dei condividenti della proprietà in via esclusiva non comporta, pur avendo essa natura dichiarativa ed efficacia retroattiva, che il medesimo diviene conseguentemente unico conduttore -in luogo della parte originariamente complessa- a far data dalla stipulazione della locazione avente ad oggetto quanto assegnato (nel caso, azienda scolastica), con conseguente retroattiva liberazione degli altri conduttori dagli obblighi derivanti da tale contratto.

Inoltre – partendo dal presupposto che l’oggetto del contratto per il quale è necessaria la forma scritta può considerarsi determinabile, benchè non indicato specificamente, solo se sia con certezza individuabile in base agli elementi prestabiliti dalle parti nello stesso atto scritto, senza necessità di fare ricorso al comportamento successivo delle parti, dovendosi escludere la possibilità di applicazione, per la determinazione dell’oggetto del contratto, della regola ermeneutica dell’art. 1362 comma secondo c.c., che consente di tenere conto, nella ricerca della comune intenzione dei contraenti, del comportamento di questi successivo alla conclusione del contratto[9] – la C.S.[10] ha confermato la decisione di giudici del merito che avevano ritenuto l’indeterminabilità dell’oggetto con riguardo ad una divisione nella quale alcuni beni immobili delle singole quote erano indicati con espressioni – “casa mamma” “casa nonna” – che non ne consentivano l’individuazione senza un riferimento alle tradizioni ed abitudini familiari, controverse tra le parti.

D) la forma se ad oggetto il contratto beni immobili o qualsiasi altro diritto di natura reale, essa deve rivestire quella scritta ed è soggetta a trascrizione.

Difatti per una pronuncia di merito[11] lo stato di comunione di un bene immobile cessa solo per apposita convenzione tra le parti ovvero a seguito di pronuncia giudiziale comunque richiesta dai comproprietari. Peraltro la convenzione richiede la forma scritta ad substantiam per cui la sussistenza di un tale accordo non può essere provata per testimoni ed anche ammettendone l’esistenza lo stesso è comunque privo di qualsiasi effetto reale per difetto di forma.

Infine, in senso generale, secondo la S.C.[12] la disposizione di cui all’art.1112 c.c., che stabilisce l’indivisibilità del bene nel caso in cui la sua assegnazione in proprietà esclusiva ad uno dei condividendi ne comporti la cessazione dall’uso cui esso è destinato, trova applicazione esclusivamente nel caso in cui allo scioglimento della comunione si pervenga per via giudiziale, in quanto, nello scioglimento convenzionale, il potere dei comproprietari di addivenire allo scioglimento e di disporre dei beni implica anche il potere di mutarne l’uso e la destinazione originaria, sicché la possibilità di divisione del bene non trova altri impedimenti se non quelli derivanti da ragioni fisiche o da vincoli posti da leggi speciali.

 

 http://www.4ensicmag.com/diritto-civile/la-divisione-disciplina-codicistica/

 



[1] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 19 luglio 1993, n. 8040

[2] Per un maggior approfondimento dell’istituto aprire il seguente collegamento Il retratto successorio

[3] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 29 gennaio 2009, n. 2394

[4] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 10 novembre 2010, n. 22885

[5] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 23 aprile 1991, n. 4442

[6] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 24 novembre 2003, n. 17881

[7] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 26 luglio 2005, n. 15583

[8] Corte di Cassazione Sezione III civile, sentenza 30 giugno 2005, n. 13948

[9] L’accertamento della presenza dei requisiti necessari per una sicura identificazione dell’oggetto del contratto è riservato al giudice di merito ed è soggetto al sindacato della Cassazione solo sotto il profilo della logicità e congruità della motivazione.

[10] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 11 aprile 1992, n. 4474

[11] Giudice di Pace di Bologna Sezione IV civile, sentenza 18 gennaio 2008, n. 429

[12] Corte di Cassazione Sezione II civile, sentenza 29 marzo 2006, n. 7274

 
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