La nomina, la revoca, la sostituzione e la cessazione degli amministratori

art. 2383 c.c. nomina e revoca degli amministratori: la nomina degli amministratori spetta all’assemblea, fatta eccezione per i primi amministratori, che sono nominati nell’atto costitutivo, e salvo il disposto degli articoli 2351, 2449 e 2450.

Gli amministratori non possono essere nominati per un periodo superiore a tre esercizi, e scadono alla data dell’assemblea convocata per l’approvazione del bilancio relativo all’ultimo esercizio della loro carica.

Gli amministratori sono rieleggibili, salvo diversa disposizione dello statuto, e sono revocabili dall’assemblea in qualunque tempo, anche se nominati nell’atto costitutivo, salvo il diritto dell’amministratore al risarcimento dei danni, se la revoca avviene senza giusta causa.

Entro trenta giorni dalla notizia della loro nomina gli amministratori devono chiederne l’iscrizione nel registro delle imprese indicando per ciascuno di essi il cognome e il nome, il luogo e la data di nascita, il domicilio e la cittadinanza, nonchè a quali tra essi è attribuita la rappresentanza della società , precisando se disgiuntamente o congiuntamente.

Le cause di nullità  o di annullabilità  della nomina degli amministratori che hanno la rappresentanza della società  non sono opponibili ai terzi dopo l’adempimento della pubblicità  di cui al quarto comma, salvo che la società  provi che i terzi ne erano a conoscenza.

Per quanto riguarda l’accettazione la Corte del Palazzaccio — essendo necessaria, avendo i poteri degli amministratori, fonte contrattuale – non richiede l’osservanza di specifiche formalità  e può essere anche tacita, prescindendo dall’adempimento degli oneri pubblicitari di cui all’art. 2383, IV comma c.c.; in tal caso, l’accettazione può essere desunta da atti positivi incompatibili con la volontà  di rifiutare la nomina e il relativo accertamento, investendo una questione di fatto, è incensurabile in sede di legittimità  se adeguatamente motivato.

Il legislatore per la nomina, ha previsto alcune eccezioni alla competenza dell’assemblea ordinaria.

1) nomina dei primi amministratori, che viene effettuata con l’atto costitutivo — art. 2328 c.c.

2) costituzione per pubblica sottoscrizione, nella quale la nomina è fatta dall’assemblea dei sottoscrittori — art. 2335, co 1, n. 4 c.c.

3) attribuzione allo Stato o ad enti pubblici del potere di nomina di uno o più amministratori nella società , sia nel caso in cui siano privi di tale partecipazione.

art. 2449 c.c. società  con partecipazione dello Stato o di enti pubblici: e lo Stato o gli enti pubblici hanno partecipazioni in una società  per azioni, lo statuto può ad essi conferire la facoltà  di nominare uno o più amministratori o sindaci ovvero componenti del consiglio di sorveglianza.

Gli amministratori e i sindaci o i componenti del consiglio di sorveglianza nominati a norma del comma precedente possono essere revocati soltanto dagli enti che li hanno nominati.

Essi hanno i diritti e gli obblighi dei membri nominati dall’assemblea.

Sono salve le disposizioni delle leggi speciali.

art. 2450 c.c. amministratori e sindaci nominati dallo Stato o da enti pubblici: le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche nel caso in cui la legge o lo statuto attribuisca allo Stato o a enti pubblici, anche in mancanza di partecipazione azionaria, la nomina di uno o più amministratori o sindaci o componenti del consiglio di sorveglianza, salvo che la legge disponga diversamente.

Qualora uno o più sindaci siano nominati dallo Stato, il presidente del collegio sindacale deve essere scelto tra essi.

In merito la Corte Suprema , ad adunanza plenaria, ha affermato che la società  per azioni con partecipazione pubblica non muta la sua natura di soggetto di diritto privato solo perchè il Comune ne possegga, in tutto o in parte, le azioni: il rapporto tra società  ed ente locale è di assoluta autonomia, al Comune non essendo consentito incidere unilateralmente sullo svolgimento del rapporto medesimo e sull’attività  della società  per azioni mediante l’esercizio di poteri autoritativi o discrezionali, ma solo avvalendosi degli strumenti previsti dal diritto societario, da esercitare a mezzo dei membri di nomina comunale presenti negli organi della società .

Ne consegue che rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la controversia avente ad oggetto la domanda di annullamento di provvedimenti comunali di non approvazione del bilancio e conseguente revoca degli amministratori di società  per azioni di cui il Comune sia unico socio, costituendo gli atti impugnati espressione non di potestà  amministrativa ma dei poteri conferiti al Comune dagli artt. 2383, 2458 e 2459 c.c., nella specie trasfusi nello statuto della società  per azioni, e quindi manifestazione di una volontà  essenzialmente privatistica, cosicchè la posizione soggettiva degli amministratori revocati – che non svolgono nè esercitano un pubblico servizio – è configurabile in termini di diritto soggettivo, dovendo inoltre escludersi la riconducibilità  di detta controversia nel novero di quelle attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo dall’art. 33 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80 (novellato dall’art. 7 della legge 21 luglio 2000, n. 205).

art. 2386 c.c. sostituzione degli amministratori : se nel corso dell’esercizio vengono a mancare uno o più amministratori, gli altri (amministratori) provvedono a sostituirli con deliberazione approvata dal collegio sindacale (nomina per cooptazione), purchè la maggioranza sia sempre costituita da amministratori nominati dall’assemblea. Gli amministratori così nominati restano in carica fino alla prossima assemblea.

Inoltre, per la S.C. , proprio come per la nomina la ratifica, ad opera dell’assemblea, della nomina dell’amministratore, in sostituzione di quello venuto a mancare nel corso dell’esercizio, deliberata ex art. 2386 I comma, c.c. dagli altri amministratori ed approvata dal collegio sindacale, può essere anche implicita, se fatta attraverso una formale delibera con oggetto diverso ma avente come presupposto il conferimento della carica sociale, così determinandosi ugualmente l’inserimento del preposto nella organizzazione sociale e la riferibilità  alla società  della sua attività .

Una sorta di limitazione, ma che in realtà  non lo è (poichè la nomina sempre in assemblea viene espressa), può essere la nomina di un amministratore in virtù di un patto parasociale. Orbene la nomina può essere già  stabilita prima all’esterno dell’assemblea.

Difatti secondo la S.C. , con una recente sentenza, in tema di contratti cosiddetti “parasociali”, (e con riferimento alla disciplina applicabile prima della riforma introdotta dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6), è valido il patto avente ad oggetto l’espressione del voto nell’assemblea di una società  per azioni, chiamata a nominare gli amministratori, anche se non sia stata prefissata la durata del vincolo assunto dalle parti ed operi perciò – in coerenza con l’art. 1375 c.c. e quantunque non contemplato in modo espresso – il principio generale in forza del quale ad ogni partecipante spetta il diritto di recedere unilateralmente dal patto per giusta causa o con congruo preavviso, da valutarsi, in difetto di previsione normativa o convenzionale, come tempo utile in relazione alla natura del rapporto e al tipo di interessi in gioco. Conseguentemente, il partecipante – il quale presenti all’assemblea una lista di candidati alla carica di amministratori di contenuto incompatibile con il rispetto del patto e poi esprima il proprio voto in contrasto con gli obblighi derivanti dall’adesione al patto medesimo – può essere chiamato dalle altri parti a risarcire i danni conseguenti al suo inadempimento, dovendosi escludere che tali comportamenti integrino una manifestazione tacita della volontà  di recesso.

Inoltre, in caso di emissione degli strumenti finanziari — artt. 2346 e 2349 c.c. — possono essere dotati del diritto di nominare alcuni componenti indipendenti del consiglio di amministrazione.

Con una sentenza non molto recente la S.C. ha avuto modo di stabilire che, in tema di nomina, da parte dell’assemblea dei soci, dell’amministratore di società  per azioni, la clausola dello statuto, in forza della quale, in caso di parità  di voti, deve intendersi eletto il «candidato maggiore azionista», con la consequenziale preferenza del candidato-azionista rispetto al candidato-non azionista, senza alcuna eccezione per l’ipotesi in cui il secondo sia rappresentante o mandatario del socio persona giuridica, non è affetta da nullità , sotto il profilo della violazione dei diritti dei soci, considerato che la clausola medesima, al fine di ovviare ai pericoli di ritardi o paralisi nella gestione sociale che il risultato paritario potrebbe comportare, si limita a derogare alla regola della rinnovazione della votazione fino al raggiungimento di una maggioranza, mentre non incide sulla facoltà  di tutti i soci, incluse le persone giuridiche, di partecipare all’elezione, di indicare un proprio candidato, nonchè di esprimere voti numericamente corrispondenti alle azioni possedute e di pari peso rispetto a quelli degli altri soci.

Inoltre, per la stessa Corte , è legittima la clausola dell’atto costitutivo e dello statuto di una società  a responsabilità  limitata, la quale – ferma la necessità  di indicare nell’atto costitutivo coloro che, per primi, vengono designati quali amministratori – preveda che la società  possa essere amministrata da un amministratore unico, ovvero da un consiglio di amministrazione, rimettendo all’assemblea ordinaria la scelta in ordine alla concreta configurazione dell’organo ed al numero degli amministratori, in quanto questa previsione non vulnera gli interessi dei soci e dei terzi, tutelati dalla disciplina in materia di pubblicità , prevista anche in riferimento alle delibere dell’assemblea ordinaria (art. 2383, III comma, c.c., richiamato dall’art. 2487, c.c.), non rilevando, in contrario, che l’art. 2487, c.c. non richiama l’art. 2380, III comma, c.c., concernente la S.p.A., sia perchè questa norma stabilisce esclusivamente che la fissazione del numero degli amministratori spetta all’assemblea ordinaria, qualora il numero non sia indicato nell’atto costitutivo, in virtù di una facoltà  non prevista direttamente da detta disposizione, ma insita nel sistema, sia perchè il mancato richiamo espresso nell’art. 2487, c.c., di una norma relativa alla S.p.A. non giustifica, da sola, l’inapplicabilità  alla S.r.l., se l’estensione della disposizione non risulti in contrasto con le caratteristiche peculiari di questo tipo societario.

Di contro secondo il Tribunale di Catania , con una pronuncia ante riforma, ad esempio il potere di designazione di alcuni amministratori, riservato dallo statuto di società  cooperativa ad una categoria di soci, non può implicare un potere di nomina diretta, onde va disposta la cancellazione dal registro delle imprese dell’iscrizione dell’atto di nomina avvenuta in assenza di una deliberazione assembleare o consiliare ai sensi dell’art. 2386 c.c.

La revoca

Riguardo alla revoca è opportuno preliminarmente riportare ciò che la Cassazione ha affermato nel lontano 1995, ovvero: la norma che riserva all’assemblea la nomina e la revoca degli amministratori è inderogabile.

Le deliberazioni dell’assemblea debbono essere prese inderogabilmente con l’osservanza del metodo collegiale, il quale esclude che possa assumere rilevanza, una volontà  espressa dai soci isolatamente, senza l’osservanza delle procedure che l’applicazione di tale metodo richiede: questo perchè il principio di collegialità  nella formazione della volontà  dell’assemblea rappresenta uno dei tratti caratteristici ed essenziali dell’organizzazione corporativa delle società  per azioni, la cui osservanza non può essere quindi rimessa alla volontà  dei singoli soci. Se deve riconoscersi che i soci hanno il potere di stabilire requisiti di eleggibilità  (e correlativamente cause di decadenza) diversi da quelli indicati dal legislatore nell’articolo 2382 del c.c., non può tuttavia ammettersi che, per tale via, possa giungersi a svuotare di ogni portata il principio che riserva alla competenza dell’assemblea la nomina e la revoca degli amministratori.

Dello stesso avviso è il Tribunale di Lodi aggiungendo anche che il diritto di chiedere la revoca dell’amministratore della società  non può formare oggetto di compromesso poichè (appunto) concernente un interesse protetto da norme inderogabili e come tale indisponibile, tuttavia in presenza di una clausola statutaria che preveda il deferimento ad arbitri di tutte le controversie nascenti dal contratto di società , pur restando l’azione finalizzata ad ottenere la revoca dell’amministratore estranea al campo di applicazione oggettivo di tale clausola, ne deriverà , dal punto di vista processuale, la conseguenza della sua necessaria proposizione in via autonoma innanzi al giudice ordinario anche nel caso in cui sussista un vincolo di connessione con altre domande ex art. 40 c.p.c., pena l’improponibilità  delle domande vertenti su diritti disponibili ancorchè connesse a quella non compromettibile, trovando in tal caso piena applicazione il principio in base al quale il compromesso per arbitrato irrituale implica una rinuncia dei contraenti alla tutela giurisdizionale che esclude l’applicazione della norma sulla connessione ex art. 40 c.p.c. alla controversia oggetto di compromesso; discende da tale impostazione che la domanda di risarcimento dei danni che si sono verificati proprio in conseguenza del fatto che l’amministratore non abbia gestito la società  conformemente alle leggi, pur traendo la propria giustificazione dallo stesso evento che sorregge la richiesta di revoca, se proposta cumulativamente all’azione sociale innanzi al giudice ordinario – che rimane quello competente a decidere sui diritti indisponibili – dovrà  essere dichiarata improponibile.

Ancora sotto un profilo introduttivo è opportuno specificare che secondo la Corte nomofilattica , come per l’accettazione della nomina, la revoca degli amministratori (che può dar luogo al risarcimento del danno ove avvenuta senza giusta causa) non deve essere necessariamente formalizzata in un’esplicita manifestazione di volontà , ma può anche avvenire in modo implicito , come nel caso in cui venga deliberata una riduzione dei membri del consiglio di amministrazione; in questo caso si verifica, infatti, una doppia caducazione: quella della precedente delibera, con la quale era previsto un più ampio numero di consiglieri, e quella degli amministratori in esubero rispetto al numero originariamente stabilito, la cui permanenza risulta incompatibile con il contenuto delle nuove decisioni assembleari.

Per di più l’integrazione dell’efficacia della fattispecie prevista dall’art. 2383 c.c., per cui la revoca dell’amministratore deve essere sorretta da giusta causa, non richiede oltre la sussistenza anche la necessaria enunciazione all’atto della delibera di revoca dei motivi della stessa, tale enunciazione infatti, si pone come ulteriore fatto che può — ma non deve necessariamente — aggiungersi all’oggettiva esistenza della causa.

Ciò posto è opportuno elencare alcuni casi trattati dalla Suprema Corte e dai Tribunali di merito, come ad esempio secondo una prima pronuncia la nomina, in seno ad una società  di capitali, di un consiglio di amministrazione, del quale venga chiamato a far parte chi fino ad allora abbia espletato le funzioni di amministratore unico, comporta la revoca implicita di quest’ultimo da tale carica in quanto incompatibile con la successiva, non essendo ipotizzabile – dato il diverso contenuto di poteri esercitabili nell’uno e nell’altro caso – una continuità  soggettiva nell’attività  gestoria qualora all’organo monocratico si sostituisca l’organo collegiale, a nulla rilevando che al precedente amministratore unico siano attribuite le funzioni di amministratore delegato; ne consegue che, ove detta revoca implicita sia avvenuta senza giusta causa, all’amministratore spetta il diritto al risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 2383, terzo comma, cod. civ.

In senso generale, per la medesima Corte , la giusta causa della revoca dell’amministratore di società , che ai sensi dell’art. 2383, III comma, c.c. esclude il diritto dell’amministratore al risarcimento del danno prodotto dall’anticipato scioglimento del rapporto, può derivare anche da fatti non integranti inadempimento, ma richiede pur sempre un quid pluris rispetto al mero dissenso (alla radice di ogni recesso ad nutum), ossia esige situazioni sopravvenute (provocate o meno dall’amministratore stesso) che minino il pactum fiduciae, elidendo l’affidamento inizialmente riposto sulle attitudini e le capacità  dell’organo di gestione, in modo tale da poter fondatamente ritenere che siano venuti meno, in capo allo stesso, quei requisiti di avvedutezza, capacità  e diligenza di tipo professionale che dovrebbero sempre contraddistinguere l’amministratore di una società  di capitali.

Ancora in tema di revoca per la Suprema Corte , la giusta causa può essere sia soggettiva che oggettiva, purchè si tratti di circostanze o fatti sopravvenuti idonei ad influire negativamente sulla prosecuzione del rapporto; nel secondo caso, essa consiste in situazioni estranee alla persona dell’amministratore, quindi non integranti un suo inadempimento e sempre che ricorra un quid pluris (come già  ampiamente specificato), cioè l’esistenza di situazioni tali da elidere il citato affidamento; ne consegue che le mere ragioni di convenienza economica addotte dalla società , con il richiamo alle perdite subite ed al fine di giustificare la modificazione dell’organo amministrativo da collegiale a monocratico invocando un risparmio di spesa, non integrano la nozione di giusta causa, discendendone così il diritto al risarcimento del danno ex art. 2383, III comma, c.c.

Secondo una non recente sentenza di un Tribunale di merito , ad esempio, la configurabilità  di una giusta causa oggettiva di revoca degli amministratori richiede l’esistenza di circostanze che, al di fuori di un inadempimento dell’amministratore agli obblighi di legge, non consentono la prosecuzione del rapporto, neanche in via temporanea, operando in modo tale da ostacolare la funzione economico giuridica del rapporto ed impedendo in definitiva alla società  di realizzare i propri interessi. Ancora secondo lo stesso Tribunale costituisce giusta causa di revoca dell’amministratore di una società  per azioni, in quanto capace di minare le basi fiduciarie del rapporto tra proprietà  e gestione, la radicale contrarietà  manifestata dall’amministratore in ordine ad un’operazione giuridica di fondamentale importanza per la società , seguita da comportamenti del medesimo amministratore tali da ingenerare il sospetto di essere espressione di un atteggiamento ostruzionistico o, comunque, non connotato dalla risolutezza e dalla solerzia necessarie a condurre a compimento tale operazione.

Inoltre, ha avuto modo di stabilire la Corte di legittimità  , allorchè una società  di capitali abbia deliberato la riduzione del numero dei componenti del consiglio di amministrazione, la riconducibilità  di tale atto ad una più ampia direttiva generale emessa nell’ambito del gruppo societario di appartenenza, non vale ad escludere che sia configurabile una revoca dell’amministratore in esubero, in quanto le iniziative, anche legittime, dell’assemblea, che incidano, direttamente od indirettamente, sul termine originariamente fissato nella nomina, determinano il diritto al risarcimento del danno, allorchè la revoca sia avvenuta senza giusta causa.

Rilevante risulta anche questa pronuncia di merito del Tribunale Milanese secondo la quale l’iter procedimentale e decisionale con cui il consiglio di amministrazione di una società  per azioni provvede alla revoca dei poteri delegati ad un singolo amministratore non è sindacabile nel merito. Ciò, in quanto ogni amministratore, per il rapporto esclusivamente fiduciario che lo lega alla società , può essere revocato in ogni tempo, restando salvo il diritto ad ottenere il risarcimento del danno in caso di revoca senza giusta causa.

Infine sempre per il medesimo Tribunale di merito è opportuno differenziare, tra

1) la fattispecie in cui venga revocato un componente del consiglio di amministrazione e

2) quella in cui venga disposta anzi tempo la revoca delle deleghe operative ad uno degli amministratori intercorre una assoluta differenza di oggetto, natura e regime giuridico.

Nel primo caso, infatti, il consigliere è revocato con deliberazione dell’assemblea a ciò deputata, e la eventuale statuizione senza giusta causa espone la società  alla richiesta di liquidazione del danno patrimoniale conseguito all’amministratore ingiustamente revocato, secondo l’espresso dettato dell’art. 2383 c.c. Nella seconda fattispecie, invece, disciplinata dalle norme di cui all’art. 2381 c.c., così come il consiglio di amministrazione è sovrano nel determinare il contenuto, i limiti e le modalità  di esercizio delle deleghe operative, esso è del pari titolare del potere di liberamente revocarle.

In effetti ancora secondo il Tribunale Lombardo la delega conferita dal CdA di una società  può essere successivamente revocata o anche solo modificata, con la precisazione, tuttavia, che qualora ciò avvenga in mancanza di giusta causa, i delegati avranno diritto al risarcimento del danno, come previsto dall’art. 2383, comma terzo, c.c., quale norma in sintonia con la regola dettata dall’art. 1725 c.c. in tema di mandato oneroso. In tal senso, invero, il conferimento della delega è strettamente connesso al conferimento dell’incarico all’amministratore, ovvero alla scelta dell’amministratore per il perseguimento di un determinato obiettivo, tale che l’attribuzione delle deleghe si rivela strumentale al raggiungimento dell’indirizzo gestionale per il quale la persona in oggetto è, di fatto, stata scelta. Ciò considerato ne consegue che, salvo conferimento della delega per un tempo minore, la durata della stessa deve coincidere con la durata della permanenza in carica del delegato come amministratore, il quale, pertanto, qualora revocato prima della scadenza, avrà  diritto al risarcimento del danno nei termini di cui innanzi.

In definitiva non è assolutamente pleonastico sottolineare, grazie ad un pronuncia del Tribunale napoletano , che si configura come pienamente legittima e non abilita alla richiesta di alcun risarcimento danni, la delibera con cui il consiglio di amministrazione revoca i poteri in precedenza conferiti ad uno degli amministratori, essendo la revoca atto di organizzazione insindacabile; espressamente peraltro è riconosciuto all’amministratore, ex art. 2383 c.c., il risarcimento del danno nel solo caso in cui venga disposta la revoca da amministratore – e non quindi la revoca dei soli poteri a lui delegati dal consiglio di amministrazione – e sempre che la revoca sia avvenuta senza giusta causa.

Per quanto riguarda, invece, la possibilità  di impugnare la delibera di revoca, sul punto si è espresso il Tribunale di Foggia a parere del quale la delibera assembleare di revoca del CdA nella parte inerente la revoca può essere validamente impugnata individualmente dai singoli amministratori, i quali non sono di converso legittimati attivamente per l’impugnativa degli altri profili di legittimità  della deliberazione, che potranno essere azionati solo dal CdA inteso come organo collegiale.

In merito al risarcimento del danno previsto al II comma ex art. 2383 c.c. è confacente riportare una recentissima sentenza della Corte Partenopea secondo la quale con il D.Lgs. n. 6 del 2003 il legislatore ha inteso introdurre una disciplina processuale estensibile a tutte le controversie riconducibili a fattispecie regolate dal diritto societario, cioè dalla disciplina sostanziale delle società , tra le quali va certamente annoverata quella derivante dalla pretesa dell’amministratore revocato di una società  per azioni di ottenere da quest’ultima il risarcimento dei danni subiti per effetto dell’assenza di una giusta causa di revoca del suo incarico, estensione che, peraltro, trova il suo fondamento nella previsione di cui all’art. 2383, co. III, c.c., nel testo risultante dalle modifiche apportatevi dal D.Lgs. n. 6 del 2003, cioè appunto in una norma sostanziale della disciplina codicistica concernente le società  per azioni.

La Cessazione

art. 2385 c.c. cessazione degli amministratori: l’amministratore che rinunzia all’ufficio deve darne comunicazione scritta al consiglio d’amministrazione e al presidente del collegio sindacale. La rinunzia ha effetto immediato, se rimane in carica la maggioranza del consiglio di amministrazione, o, in caso contrario, dal momento in cui la maggioranza del consiglio si è ricostituita in seguito all’accettazione dei nuovi amministratori.

La cessazione degli amministratori per scadenza del termine ha effetto dal momento in cui il consiglio di amministrazione è stato ricostituito.

La cessazione degli amministratori dall’ufficio per qualsiasi causa deve essere iscritta entro trenta giorni nel registro delle imprese a cura del collegio sindacale.

Mentre secondo il Tribunale Meneghino in caso di rinuncia di un membro del collegio sindacale non trova applicazione il disposto dell’art. 2385 c.c. che prevede la prorogatio degli amministratori cessati, sia perchè le esigenze di continuità  dei due organi sono differenti, sia perchè in caso di inerzia nell’integrazione del collegio sindacale si verrebbe a verificare un’ipotesi di scioglimento della società , scongiurandosi così la sopravvivenza di una società  priva di (alcuni o di tutti) i membri dell’organo di controllo obbligatorio.

Secondo un’interpretazione ante riforma della Cassazione la previsione dell’articolo 2385 del c.c., a tenore della quale la cessazione degli amministratori dalla carica ha effetto solo dal momento in cui l’organo amministrativo è stato ricostituito, risponde a un’evidente esigenza di continuità  nel funzionamento della società  e è volta a impedire, in occasione del ricambio delle cariche sociali, ogni rischio di paralisi dell’organo di gestione della società , la quale potrebbe altrimenti restare per del tempo priva di chi l’amministra e la rappresenta. Nulla, peraltro, consente di circoscrivere una tale esigenza alla sola amministrazione ordinaria, giacchè è ben possibile che l’interesse al buon funzionamento della società  richieda anche il compimento di atti di gestione straordinaria (pur sempre rientranti nei poteri conferiti dalla legge o dall’atto costitutivo) dopo la scadenza del termine di durata dell’organo, ma prima che l’assemblea abbia potuto provvedere al rinnovo della cariche, tenuto presente che il comma II dell’articolo 2385 del c.c. non limita in alcun modo i poteri spettanti agli amministratori nel cosiddetto “periodo di prorogatio”, lasciando così intendere che la proroga riguarda quei poteri nella loro completa estensione, cioè tal quali essi esistevano sin da principio in capo agli amministratori prorogati in carica.

In merito al potere di rappresentanza è bene dire che tale potere cessa per effetto di un valido atto di rinuncia, senza che si renda a tal fine necessaria, salvo specifico patto, la sussistenza di una giusta causa o l’accettazione di quell’atto da parte dei soci.

Lo ha stabilito la S.C. , aggiungendo che l’art. 2385 c.c., infatti, a differenza dell’art. 2383 c.c., dettato per l’ipotesi di revoca dell’amministratore, non contempla fra i presupposti della rinuncia l’esistenza di una giusta causa e tale esclusione non prospetta nessuna violazione grave di principi generali, nè alcuna ingiustificata carenza di tutela per la società , il cui interesse alla continuità  dell’attività  gestoria può facilmente essere soddisfatto con l’immediata sostituzione dell’amministratore; sicchè deve escludersi la necessità  di far ricorso all’applicazione analogica dell’art. 1720 c.c.

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Avv. Renato D’Isa

 
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