Vivisezione, poche regole, trobbi abusi

Il Dlgs. 116/92 non ha dato i risultati sperati

In base ai dati forniti dalla Lav (Lega anti vivisezione), con l’utilizzo di circa un milione di specie ogni anno, l’Italia è tra i Paesi europei maggiormente dediti alla sperimentazione animale.
Tra il 2006 e il 2007 sono stati circa nove l’anno i nuovi stabilimenti autorizzati alla vivisezione.
Gli animalisti si chiedono come mai il Ministero della Salute continui ad autorizzare questo tipo di test e segnalano il perdurare dell’esercizio universitario e didattico che continua a caratterizzarsi negativamente nonostante il ricorso ad animali vivi sia consentito solo in caso di inderogabile necessità  e nonostante siano disponibili numerosi metodi che consentono di ottenere risultati senza l’uso di animali.
L’appello scaturito è volto a colmare, anche attraverso la predisposizione dell’obbligo di impiego dei mezzi alternativi disponibili, le lacune rinvenibili nel Dlgs. 116/92 che regolamenta la materia.

Ma esaminiamo nel dettaglio la normativa in vigore nel nostro Paese al fine di inquadrarne le problematiche connesse.
Come accennato, il Dlgs. 116/92 è stato oggetto di numerose critiche da parte di chi vorrebbe un esercizio più responsabile della vivisezione in Italia.
Se da una parte c’è chi sostiene che la legge in questione si presenta idonea a garantire un controllo preciso e una tutela specifica contro gli abusi perpetrati, di contro è stato affermato che la stessa costituisce un mezzo per camuffare un atteggiamento favorevole alle pratiche di laboratorio.
In proposito, è importante osservare che i limiti vigenti sono spesso accompagnati da deroghe atte ad arginare gli ostacoli posti dal legislatore.
Sebbene sussista un divieto che dovrebbe impedire l’utilizzo di animali d’affezione e primati non umani e garantire che ogni esperimento avvenga in presenza di anestesia, il medesimo divieto è stato eluso dall’opportunità  di ottenere una specifica autorizzazione tramite presentazione di apposita istanza al Ministero della Salute.
L’attuazione della sperimentazione in deroga che avrebbe dovuto essere un’eccezione, ha finito, così, con il mutarsi in una regola.
I limiti diventano ancora più flessibili laddove ci si trovi di fronte ad altre specie animali: in tali casi è sufficiente la formulazione di una richiesta da parte dello stabilimento in cui sarà  compiuta l’attività  e l’assolvimento del mero onere di comunicazione del tipo di esami che saranno predisposti al suo interno.
A ciò deve aggiungersi che il ricorso alle pratiche in questione dovrebbe avvenire solo quando non vi sia la possibilità  di ottenere il risultato attraverso altri mezzi ed è previsto che debba essere dimostrata l’esigenza dell’impiego di una specie determinata anzichè di un’altra. In realtà , gli obblighi sono assolti solo in via marginale attraverso spiegazioni generiche e di circostanza.
In mancanza di verifiche adeguate, sia in via preventiva che a posteriori, sono gli stessi vivisettori a valutare e certificare le proprie asserzioni e a stabilirne l’eticità  e il valore scientifico.
La pressochè totale assenza di controlli è accompagnata dalla predisposizione di un regime sanzionatorio consistente nell’applicazione di pene pecuniarie di lieve entità  e nella inesistenza di pene detentive.

Sulla base dell’analisi compiuta deve concludersi che, al momento, la vivisezione risulta regolata da una legge insufficiente, non adatta ad impedire o eliminare gli abusi, sia nella fase di approvazione degli esperimenti, sia nella fase di controllo dell’effettuazione di questi ultimi.
Il Ministero della Salute, cui è demandato il compito di vigilare sulla materia, sembrerebbe non esercitare nella pratica un controllo efficace, nè tenere in considerazione gli interessi coinvolti e i patimenti cui sono soggetti gli animali.
Se si considera poi che sebbene lo sviluppo dei metodi alternativi attualmente rinvenibili, consistenti per lo più in simulazioni al computer, stia crescendo notevolmente, l’applicazione degli stessi risulta ancora assai ridotta, si deve ritenere che sarebbe utile attivarsi per affrontare in modo incisivo il problema.
Lo sfruttamento delle cavie continua a godere, infatti, di un’applicazione indiscriminata, giustificata dall’enfatizzazione che spesso accompagna i risultati dei test. Purtroppo l’esperienza ha dimostrato che gli entusiasmi iniziali, legati alle scoperte scientifiche ottenute, non hanno trovato, in molti casi, riscontro nella cura delle malattie cui erano messi in relazione (esempi significati si ritrovano a proposito dei proclamati progressi nella cura della distrofia muscolare, del cancro e dell’encefalite allergica che, nella loro applicazione in concreto, non si sono dimostrati all’altezza delle aspettative create).
Sarebbe, pertanto, auspicabile che la materia venisse affrontata con un approccio maggiormente critico anche per mezzo di un’informazione che si sforzi di essere sempre più obiettiva e moderata.

Avv. Rita Sivori
ritasiv@yahoo.it

Avv. Carlo Rombolà


Avv. Rita Sivori

 
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