Detenzione di sostanza stupefacente

L’art. 73, comma 1bis, D.P.R. 309/90 recita che è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da € 26.000 a € 260.000 “chiunque (…) illecitamente detiene: a) sostanze stupefacenti o psicotrope che per quantità  (…) ovvero per modalità  di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato, ovvero per altre circostanze dell’azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale; (…)”.
Ne consegue che qualora un soggetto venga trovato in possesso di sostanza stupefacente, allo stesso potrà  muoversi l’addebito, previa valutazione delle circostanza di rinvenimento dello stupefacente, della detenzione a fine di spaccio. Nel qual caso la Pubblica Accusa dovrà  indicare, o meglio provare le circostanze su cui fonda la propria tesi accusatoria. Ed è proprio con riferimento a tali fattispecie che la dottrina, sorretta da alcune pronunce della Corte di Cassazione, ha avuto modo di delineare alcune diverse interpretazioni delle fattispecie relative alla detenzione di sostanza stupefacente, in particolare quando il possesso è avvenuto nell’interesse di un’altra persona.
Nella casistica che viene all’uopo invocata, si descrive una situazione in cui un soggetto, trovato in possesso di stupefacente, dichiari che lo stesso appartiene ad altro soggetto, e magari ciò viene corroborato da importanti elementi probatori a riscontro (nella migliore delle ipotesi, dalla confessione dell’effettivo proprietario). Di quale reato risponderà  il primo, sempre che di reato possa parlarsi?
Una prima risposta della dottrina, facente leva su alcune pronunce della Corte di Cassazione ma riferibili a situazioni diverse da quelle in esame, ha stabilito che una siffatta condotta deve essere qualificata come “connivenza”.
Una tale visione viene enucleata a seguito del principio secondo cui non può pronunciarsi una sentenza di condanna sulla sola considerazione del mero dato ponderale, atteso che lo stesso non può essere considerato indice di spaccio, ben potendosi conciliare con un uso personale, soprattutto nel caso in cui l’incolpato svolge un lavoro che ben può giustificare un acquisto il cui peso è considerato rilevante. Non a caso la stessa Corte di Cassazione, sezione VI Penale, sentenza 18 settembre (dep. 16 ottobre 2008), n. 39017 ha stabilito che “La modificazione al testo dell’art. 73 dalla L. 49/06 non ha introdotto a carico dell’imputato che detiene un quantitativo di sostanza stupefacente in quantità  superiore ai limiti massimi indicati con decreto ministeriale nè un’inversione dell’onere della prova, costituzionalmente inammissibile (artt. 25 comma 2 e 27 comma 2 Cost.), nè una presunzione, sia pure relativa, di destinazione della droga detenuta ad uso non personale”.
La Cassazione ebbe modi di affermare che “In tema di detenzione di sostanze stupefacenti, la distinzione tra connivenza non punibile e concorso nel reato va individuata nel fatto che, mentre la prima postula che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, inidoneo ad apportare alcun contributo alla realizzazione del reato, nel concorso di persona punibile nel fatto della detenzione illecita di sostanza stupefacente da parte di altri è richiesto, invece, un contributo partecipativo – morale o materiale – alla condotta criminosa altrui, caratterizzato, sotto il profilo psicologico, dalla coscienza e volontà  di arrecare un contributo concorsuale alla realizzazione dell’evento illecito. Tale contributo può essere di qualsiasi genere ed è certamente ravvisabile nella condotta di chi, lungi dall’aver mantenuto un atteggiamento meramente passivo, nel consentire al detentore di custodire la droga nella sua abitazione abbia fornito a questi uno stimolo all’azione o comunque un maggior senso di sicurezza nella propria condotta (nella specie, correttamente, secondo la Corte, era stato ravvisato il concorso punibile giacchè era stato accertato, in sede di merito, che l’imputata aveva realizzato una vera e propria “custodia” in nome e per conto del detentore della droga, finalizzata a garantire, anche per la singolarità  del luogo di detenzione, dal rischio della scoperta)” (Cass. pen., Sez. IV, 16/01/2006, n.11392, rigetta, App. Roma, 11 Febbraio 2002).
Detto principio ebbe modo di affermarsi in merito alla detenzione in ambito familiare: “In tema di detenzione illecita di sostanze stupefacenti nella casa coniugale, deve essere escluso il concorso del coniuge ex art. 110 c.p. in ipotesi di semplice comportamento negativo di quest’ultimo che si limiti ad assistere passivamente alla perpetrazione del reato e non ne impedisce od ostacola in vario modo la esecuzione, dato che non sussiste in tal caso un obbligo giuridico di impedire l’evento (art. 40 comma 2 c.p.), giacchè il solo comportamento omissivo di mancata opposizione alla detenzione in casa di droga da parte di altri non costituisce segno univoco di partecipazione morale. Di contro, per la configurazione del concorso, è sufficiente la partecipazione all’altrui attività  criminosa con la volontà  di adesione, che può manifestarsi in forme agevolative della detenzione, consistente nella consapevolezza di apportare un contributo causale alla condotta altrui già  in atto, assicurando all’agente una certa sicurezza ovvero garantendo, anche implicitamente, una collaborazione in caso di bisogno, in modo da consolidare la consapevolezza nell’altro coniuge di poter contare su una propria attiva collaborazione (La Corte ha ritenuto, nella specie, il dolo del concorso nel reato da parte del coniuge, per la collocazione dello stupefacente in piena vista nella stanza da letto, per il prelievo della droga da parte del coniuge e la consegna agli agenti operanti con occultamento sulla persona della maggior quantità  possibile di sostanza per sottrarla al sequestro)” (Cass. pen., Sez. VI, 20/05/1998, n.9986).
Pertanto, qualsiasi condotta consistente nella custodia, nell’occultamento e nel controllo della droga, si risolve in un concorso nel reato, avendo apportato alla detenzione altrui un contributo causale consistente nell’evitare che lo stupefacente venga scoperto e sequestrato.
è necessario, a questo punto, domandarsi se sia possibile far riferimento, inoltre, all’uso di gruppo.
Le SSUU si sono pronunciate con sentenza nel 1997 così argomentando: “Non sono punibili – e rientrano pertanto nella sfera dell’illecito amministrativo di cui all’art. 75 D.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309 – l’acquisto e la detenzione di sostanze stupefacenti destinate all’uso personale che avvengano sin dall’inizio per conto e nell’interesse anche di soggetti diversi dall’agente, quando è certa fin dall’inizio l’identità  dei medesimi nonchè manifesta la loro volontà  di procurarsi le sostanze destinate al proprio consumo (Nell’affermare detto principio la Corte ha osservato che l’omogeneità  teleologica della condotta del procacciatore rispetto allo scopo degli altri componenti del gruppo caratterizza la detenzione quale codetenzione ed impedisce che il primo si ponga in rapporto di estraneità  e quindi di diversità  rispetto ai secondi, con conseguente impossibilità  di connotazione della sua condotta quale cessione; ed ha precisato altresì che ad opposta conclusione deve invece pervenirsi qualora l’acquirente-detentore non sia anche assuntore, ovvero non abbia avuto alcun mandato all’acquisto o alla detenzione)” (Cass. pen., Sez. Unite, 28/05/1997, n. 4). A seguito di tale pronuncia si andò a consolidare la giurisprudenza secondo cui risultava necessaria, per la raccolta di denaro da parte di uno dei componenti su preventivo mandato degli altri, che tutti partecipassero alla predisposizione dei mezzi finanziari, seppur detta raccolta non doveva essere necessariamente antecedente all’acquisto. Ne conseguì che l’accordo comunque poteva essere tacito ed implicito: “In materia di stupefacenti, va esclusa la configurabilità  del reato previsto dall’art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 nel caso del cosiddetto consumo di gruppo, e cioè nel caso in cui la consegna di modesti quantitativi di sostanza stupefacente destinati all’uso personale dei percettori rappresenti l’esecuzione di un preesistente accordo tra l’agente e gli altri soggetti, che non si pongono quindi in posizione di estraneità  rispetto al cedente ma debbono considerarsi come codetentori della sostanza fin dal momento dell’acquisto, eseguito anche per loro conto. Peraltro, un accordo del genere non deve essere necessariamente espresso; nè è necessaria la preventiva raccolta del danaro per l’acquisto “collettivo” della sostanza stupefacente: essa è apprezzabile come elemento sintomatico dell’accordo, ma l’esistenza dello stesso può però essere desunta anche da altri elementi, quali il rapporto di amicizia tra l’acquirente e gli altri consumatori, l’effettiva consumazione della sostanza da parte di tutti quanti nelle stesse circostanze di tempo e di luogo, l’unicità  della confezione contenente la sostanza.” (Cass. pen., Sez. VI, 04/06/1999, n.9075).
Si può concludere, pertanto, che la mera detenzione dello stupefacente nell’interesse altrui, qualora sia priva di qualsiasi elemento idoneo a ricondurla ad una detenzione con finalità  di spaccio, può essere qualificata quale mera connivenza. Inoltre, qualora a ciò si accompagni anche l’assunzione della stessa da parte dei due interessati, potrà  ravvisarsi il c.d. uso di gruppo.

c/o Studio Legale Avv. Gaetano Marino
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Dott.ssa. Lorenza Morello
Mediatore professionista, Cultrice di diritto civile, Presidente nazionale APM, Socio fondatore e consigliere FormaMed srl

Avv. Stefano Ciapanna

 
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