Il Pubblico Ministero

il-pubblico-ministero Il principale provvedimento di competenza del Pubblico Ministero, nella fase dell’esecuzione penale, è costituito dall’ordine di esecuzione emesso nelle ipotesi di cui all’art. 655 c.p.p. ovvero nel caso contemplato dall’art. 659 c.p.p.: se il condannato non è già  detenuto per altro titolo, l’ordine di esecuzione emesso dal P. M. ne dispone la carcerazione. Tuttavia, la nuova disciplina introdotta con la L. 165/98 (c.d. Legge Simeone), al comma 5 dell’art. 656 c.p.c. (e successivamente dalla legge n. 251 del 2005) stabilisce che se la pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, non è superiore a tre anni ovvero a quattro nei casi di cui agli artt. 90 e 94 DPR. n. 309/90, il Pubblico Ministero sospende l’esecuzione; l’ordine di esecuzione e il decreto di sospensione sono consegnati al condannato con l’avviso che egli, entro trenta giorni, può presentare istanza, corredata dalle indicazioni e dalla documentazione necessarie, volta ad ottenere la concessione di una delle misure alternative alla detenzione. Qualora l’istanza non venga presentata nel termine indicato, l’esecuzione della pena avrà  corso immediato con relativa revoca del decreto di sospensione dell’esecuzione. Nel caso in cui, invece, l’istanza fosse presentata, il Pubblico Ministero la trasmetterà  al Tribunale di sorveglianza unitamente alla documentazione presentata dall’interessato. Inoltre, se il condannato si trova agli arresti domiciliari al momento del passaggio in giudicato della sentenza, il Pubblico Ministero sospende l’esecuzione dell’ordine di carcerazione e trasmette gli atti al Tribunale di sorveglianza perchè provveda all’eventuale applicazione della misura alternativa della detenzione domiciliare. Fino alla decisione del suddetto tribunale, il condannato permane nello stato detentivo in cui si trova e il tempo corrispondente è considerato come pena espiata a tutti gli effetti.
La sospensione di condanna, però, prevede due eccezioni: nei confronti dei condannati per i delitti di cui all’articolo 4-bis della L. 354/75 (art. 656 c.p.p. comma 9 lett. a), relativo alla concessione di benefici e all’accertamento della pericolosità  di condannati per taluni delitti aventi ad oggetto situazioni di evidente allarme sociale e per i quali l’esecuzione della pena è sempre immediata, e nei confronti di coloro che si trovano in stato di custodia cautelare in carcere nel momento in cui la sentenza diviene definitiva (art. 656 c.p.p. comma 9 lett. b).
In ordine alla eccezione di cui alla citata lettera b si sono posti dubbi interpretativi per i condannati, che si trovano in stato di detenzione carceraria in virtù di ordinanze di custodia cautelare, nei cui confronti sopraggiunge un ordine di carcerazione emesso sulla base di successiva sentenza di condanna esecutiva o provvedimenti di cumulo di pene detentive.
Al riguardo si rileva che la Suprema Corte (Cass. Pen., 09/01/2001, n. 8498, Sez. VI) ha ritenuto che non è di ostacolo all’emissione del decreto di sospensione ex art. 656 c.p.p. l’esistenza di uno stato di detenzione carceraria in virtù di un’ordinanza di custodia cautelare per un fatto-reato diverso da quello giudicato con sentenza di condanna definitiva e per il quale viene emesso l’ordine di esecuzione nei riguardi del condannato, “Tale situazione è equiparata, ai fini che qui interessano, allo stato di libertà , nel senso che non è di ostacolo alla operatività  dell’istituto della sospensione di cui al comma 5 dell’art. 656 c.p.p.”.
Infatti, secondo la richiamata giurisprudenza “… la sospensione automatica non opera nei confronti del condannato che, al momento dell’esecuzione di una pena detentiva breve, si trovi già  in stato di detenzione cautelare per il fatto oggetto della condanna da eseguire…”.
Questa considerazione è argomentata dalla suindicata giurisprudenza in base alla considerazione che per il condannato già  in vinculis, in virtù di altra sentenza di condanna non si ravvisa l’esigenza, sottesa alla ratio legis 165/98 (legge Simeone), di evitare il contatto con l’ambiente carcerario evitando nel contempo anche il sovraffollamento carcerario, atteso il suo stato di restrizione carceraria già  in atto. Nell’ipotesi, invece, di soggetti sottoposti ad uno stato detentivo, fino al passaggio in giudicato della sentenza di condanna, in virtù di ordinanze di custodia cautelare per lo stesso fatto per il quale viene emesso l’ordine di esecuzione ex art. 656 c.p.p. si presume la necessità  di scongiurare il pericolo di fuga e/o di reiterazione di reato, esigenze cautelari sottese all’emissione di una misura cautelare ex art. 274 c.p.p., per cui in tale caso, secondo la suindicata giurisprudenza “…la continuità  tra il regime di custodia cautelare e l’espiazione della pena detentiva tende proprio ad evitare che dette esigenze possano essere pregiudicate”.
In definitiva, secondo la sentenza in esame, il decreto di sospensione ex art. 665 c.p.p. comma 5 può anche essere adottato nei confronti dei soggetti sottoposti ad uno stato di detenzione detentiva carceraria in virtù di ordinanze di custodia cautelare per altri fatti reato, accertata, ovviamente, l’esistenza delle condizioni di legge per essere ammessi alle predette misure alternative alle singole pene detentive brevi.
Con le novità  introdotte dalla Legge Simeone, si può notare come il Pubblico Ministero sia passato da organo meramente esecutivo di disposizioni contenute nella sentenza di condanna, ad organo eminentemente informativo per il condannato in merito alle possibilità  di espiare la pena mediante il ricorso ad una delle misure alternative previste dall’ordinamento penitenziario, senza il preventivo passaggio attraverso l’istituto di detenzione. Tali modifiche legislative hanno la funzione di rendere noto il meccanismo della sospensione della pena che, nell’ordinamento previgente, era subordinato a tempestiva presentazione di un’idonea istanza da parte dell’interessato prima dell’esecuzione dell’ordine di carcerazione .






Dott. Gabriele Roberto Cerbo

 
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