La detenzione domiciliare come alternativa alla detenzione

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L’art. 47-ter, modificato una prima volta con la legge 12 agosto 1993 n. 296, colloca la detenzione domiciliare accanto alle misure alternative tradizionali, ma con caratteristiche proprie : essa non cessa di avere una natura detentiva reale; prevede la possibilità  che il soggetto si assenti dall’abitazione per provvedere alle esigenze di vita personali o per svolgere attività  lavorativa; non prevede alcun “trattamento rieducativo”; diversamente dagli arresti domiciliari non ha alcuna funzione cautelare o preventiva; i controlli possono essere effettuati dalla polizia giudiziaria di propria iniziativa oltre che su richiesta del magistrato di sorveglianza .

Inoltre, si differenzia da tutte le altre misure alternative in quanto non solo si concretizza in una vera e propria sostituzione al carcere, ma non è neanche condizionata ad alcun particolare comportamento del reo.

Al riguardo, occorre tener presente che la detenzione domiciliare, ancorchè comporti per il beneficiario di essa non poche restrizioni della libertà , è tuttavia più favorevole del differimento dell’esecuzione della pena, in quanto la misura oggetto di disamina equivale ad espiazione della pena.

I soggetti ammessi alla suddetta misura sono tutti quelli, che per cause molto diverse tra di loro, hanno bisogno di particolare sostegno e lasciano presumere un minore rischio comportamentale: donne incinte o che allattano la prole, persone in condizioni di salute particolarmente gravi, persone inabili, anche se parzialmente. Sono esclusi, invece, gli appartenenti alla criminalità  organizzata.

Il legislatore, con la legge 165/98, ha maggiormente inciso su tale misura, recependo le due sentenze della Corte Costituzionale che si era già  espressa in tale materia. La L.165/98 ha innalzato a 4 anni il quantum di pena, anche se residuo, entro il quale la detenzione domiciliare può essere concessa, ha innalzato a dieci anni il limite d’età  della prole convivente con la madre condannata, che dà  diritto all’applicazione della misura, ha introdotto come ulteriore ipotesi quella del padre esercente la potestà  di prole d’età  inferiore a 10 anni con lui convivente, quando la madre è deceduta o è impossibilitata a dare assistenza alla prole.

La novità , che però più desta interesse, è il comma 1-bis, quello relativo alle pene detentive, per le quali, anche se residue e non superiori a due anni, è possibile concedere la detenzione domiciliare a prescindere dai requisiti del comma 1 .

Il luogo della detenzione, oltre alla propria abitazione, può essere un’altra privata dimora o ente pubblico di cura e assistenza. Per quanto riguarda l’ipotesi di revoca, questa è collegata al comportamento del condannato, se contrario alla legge o alle prescrizioni. La disciplina della revoca prevede che questa, come per l’affidamento, non sia automatica, ma subordinata ad una valutazione del Tribunale di sorveglianza, tranne nei casi d’allontanamento dal luogo di detenzione (considerata vera e propria evasione ai sensi dell’art. 385 c.p.). Quest’ultima ipotesi di revoca è preceduta dalla sospensione della misura all’atto della denuncia per evasione .

Il nuovo istituto alternativo si presenta, perciò, privo di connotazioni trattamentali, sia dal punto di vista dei contenuti sia da quelli dei presupposti e prescinde anche dagli intenti assistenziali propri della precedente normativa.

Attualmente, in particolar modo alla luce della L. 165/98, emerge un impianto articolato in differenti paradigmi di detenzione domiciliare, ciascuno caratterizzato da distinte situazioni soggettive di riferimento , diversi limiti di pena, particolari condizioni ostative, differenziati momenti in cui proporre l’istanza, specifici organi giudiziari competenti a riceverla e a decidere: insomma, un impianto particolarmente complesso. In sintesi, l’attuale normativa sviluppa ben quattro tipologie di detenzione domiciliare:

1) la detenzione domiciliare, di cui al comma 10 dell’art. 656 c.p.p., che crea una linea di continuità  automatica tra arresti domiciliare e detenzione domiciliare;

2) la detenzione domiciliare di cui all’art. 47 comma 1-ter, limite temporale della pena dei possibili beneficiari, quattro anni, anche se residuo di maggior pena. Possono fruirne: madre o padre, in assenza o morte della madre, di prole convivente di età  inferiore a 10 anni; persone in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedono contatti costanti con i presidi sanitari territoriali; persona di età  superiore ad anni 60, se inabile anche parzialmente; persona minore di anni 21 per comprovate esigenze di salute, di studio, di lavoro e di famiglia ;

3) la detenzione domiciliare di cui all’art. 47 ter comma 1 bis o.p., questa forma può essere applicata alla presenza delle seguenti condizioni:

- che la pena inflitta non sia superiore a due anni, anche se residuo di maggior pena;

- se non ricorrono i presupposti dell’affidamento al di fuori dei casi previsti dal comma 1;

- che tale misura sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato compia altri reati;

- che i soggetti non siano condannati per i reati di cui all’art.4-bis. Se revocata per andamento negativo, la detenzione domiciliare non può essere sostituita da altra misura (comma 9bis art. 47);

4) la detenzione domiciliare di cui all’art. 47 ter comma 1 ter o.p.

Si può disporre tale tipo di detenzione domiciliare:

- quando vi siano le condizioni previste dall’art. 146 e 147 del c.p., in ordine al rinvio obbligatorio o facoltativo dell’esecuzione della pena;

- anche se la durata della pena è superiore ai quattro anni previsti dal comma 1, senza alcun limite di pena.

Per quanto riguarda la disciplina procedurale, la normativa è la stessa dettata in materia di affidamento in prova.

Dopo una breve analisi dell’istituto, possiamo, in conclusione, sostenere che la detenzione domiciliare, sebbene inserita nel capo VI tra le misure alternative alla detenzione, non può certo ricondursi ad esse, rappresentando, invece, una modalità  alternativa di esecuzione della pena, come si ricava dalla formulazione del 1° comma dell’art. 47-ter, dove si precisa che “la pena della reclusione ……nonchè la pena dell’arresto ……. possono essere espiate”. Ma più del dato letterale è probante l’assenza di qualunque contenuto risocializzante e di qualunque contenuto rieducativo, dato che l’unica prescrizione imposta al soggetto concerne l’obbligo di non allontanarsi dal luogo indicato nel provvedimento quale sede dell’esecuzione. Non solo, le modalità  esecutive richiamate ex art. 284 c.p.p. in realtà  incidono su tale obbligo in melius o in peius, ma non sono dirette a connotare la condotta del soggetto in detenzione domiciliare per favorirne la risocializzazione e il reinserimento nel contesto sociale, così come accade invece per le altre misure. Nè peraltro la concessione della misura è subordinata a requisiti di carattere soggettivo, eccettuato quello generale previsto dall’art. 4-bis ord. penit. rispetto ai condannati per particolari delitti indicati nello stesso art. 4-bis e comunque valido per tutte indistintamente le misure disciplinate nel capo VI del titolo I. per converso dall’assenza di collegamenti con la criminalità  organizzata si potrebbe dedurre la mancanza di pericolosità  e allo stesso modo un’eventuale collaborazione, prestata ai sensi dell’art. 58-ter ord. penit., potrebbe testimoniare un processo di responsabilizzazione e di rinnegazione del proprio passato in una proiezione di recupero sociale.

A riprova della tesi secondo cui la detenzione domiciliare costituisce una modalità  alternativa esecutiva sta la disciplina delle ipotesi di revoca di cui al 6° e 7° comma dell’art. 47-ter, che nulla precisa circa le sorti del periodo trascorso in detenzione domiciliare qualora si addivenga a revoca.

Il legislatore sembra aver rinunciato ad ogni prospettiva risocializzante, relegando la detenzione domiciliare nell’alveo degli istituti deflattivi e rinunciando all’individuazione di strumenti finalizzati al reinserimento sociale. Il che si traduce per il condannato nel godimento di un regime extra moenia restrittivo della libertà  personale ma senza dubbio meno afflittivo di quello carcerario e quindi meno sgradito al soggetto.

Avv. Gabriele Roberto Cerbo

http://www.studiolegalecerbo.com

http://www.4ensicmag.com/procedura-penale/le-misure-alternative-alla-detenzione

http://www.4ensicmag.com/procedura-penale/l-affidamento-in-prova-al-servizio-sociale-in-materia-di-misure-alternative-alla-detenzione



Avv. Filomena Falsetta
Presidente Unione Avvocati Cosenza


 
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