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2010-06-14

I paradossi della “contabilità fiscale” senza organizzazione

Diritto Tributario


I paradossi della “contabilità fiscale” senza  organizzazione

Le disfunzioni di questo equivoco non si sono fatte attendere. Milioni di piccoli commercianti, artigiani e liberi professionisti sono stati assoggettati a una “contabilità fiscale”, cui non si poteva accompagnare alcuna organizzazione. E’ una riprova dell’onnipotenza legislativa sui generis, dove la legge può imporre scritture contabili inutili, ma non può creare una organizzazione dove non c’è: un gelataio resta sempre un gelataio, anche se con i ratei passivi, le fatture da ricevere, l’imputazione del reddito per competenza; sono inutili fastidi che hanno dato forma a centinaia di migliaia di commercialisti, ragionieri, consulenti del lavoro, imprecisati “esperti tributari”, nel ruolo di direttori amministrativi esterni di piccoli commercianti e artigiani, tassisti compresi. Pur essendo ciascuno di essi una sorta di direttore amministrativo esterno di alcune decine di queste “imprese fiscali”, non può avere alcun effettivo controllo delle operazioni gestionali, della completezza nella registrazione dei ricavi, dell’effettività dei costi, etc.. E’ un curioso direttore amministrativo che registra quando il titolare gli dice, o meglio i documenti che gli porta. E’ l’apoteosi dell’inutilità, una delle tante pagliacciate che caratterizzano un fisco senza testa, cui sarebbe servito invece un sorvegliante, un sostituto del “procuratore delle imposte”, a stimare la credibilità economica dei ricavi dichiarati rispetto alle caratteristiche dell’attività.

Quando la visibilità “contabile amministrativa” della forza economica è insufficiente, serve sempre più qualcuno che, come in passato, bussi alla porta per chiedere le imposte. Qualche volta può essere il cliente, che segnala il fornitore al fisco, e per farlo deve essere organizzato, ma in genere, per le prestazioni di piccole organizzazioni al consumo finale deve essere il fisco. Un comando astratto sulla Gazzetta Ufficiale ha effetti diversi, in relazione alla possibilità di “rischiare in proprio” e di valutare autonomamente la propria esposizione ai controlli, con connessi rischi e benefici. Per le organizzazioni, amministrate con un grado crescente di spersonalizzazione, anche la Gazzetta ufficiale è spesso sufficiente, sia perché la capacità economica è più visibile, sia perché occultarla metterebbe in crisi i controlli interni aziendali, sia perché nessuno si assume il rischio di occultare in conto terzi, e neppure la proprietà aziendale può spesso avallare apertamente determinate forme di evasione, per ovvi motivi di immagine e riservatezza. Man mano che la proprietà aziendale conserva margini di flessibilità rispetto alle procedure amministrative, o dove queste non esistono affatto, cioè per i nostri milioni di “autonomi”, una richiesta del fisco deve essere molto più verosimile, e senza di essa con la Gazzetta Ufficiale si incarta l’insalata, per non dire di peggio.

All’adempimento e all’evasione è stata quindi data, invece della spiegazione fisiologica, basata sulla diversa determinabilità della capacità economica, una spiegazione patologica, basata sulle categorie concettuali del “dovere fiscale”, della contrapposizione tra contribuenti “onesti e disonesti”.

E’ la grossolana spiegazione moralistica dell’adempimento e dell’evasione, assecondata o addirittura proposta dagli stessi studiosi; essa non si affianca, come “l’etica degli affari” nel diritto commerciale, a una sistematizzazione concettuale organica di un settore della convivenza sociale, ma vuol esserne un maldestro surrogato, con gli sconquassi che vedremo successivamente.


http://www.studiolegalerossieassociati.com/
Dott. Lucio Rossi


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