Sfoghi moralistici e lacerazioni sociali

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Di fronte all’evidenza dell’evasione, l’opinione pubblica variamente “colta” e la classe dirigente cercano spiegazioni. In assenza di risposte più convincenti prendono inevitabilmente piede spiegazioni in senso ampio moralistiche, etico-politiche, basate su egoismo, e altruismo, senso civico, la percezione di efficienza dei servizi pubblici. L’occultamento al fisco della capacità  economica, invece di essere collegato alla diversa rilevabilità  di quest’ultima, diventa una specie di perversione sociale ovvero una legittima difesa contro una tassazione esosa, i cui frutti sono sprecati da una spesa pubblica sprecona e dissennata. Il rapporto col settore pubblico, la propensione astratta ad alimentarne i bisogni, l’idea della sua efficienza o inefficienza, pervadono tutta la collettività , e possono essere individuate per nazione, non per settore produttivo. Ha senso distinguere il senso civico italiano da quello francese, tedesco o greco, ma non costruire un fantomatico senso civico di bancari, gioiellieri, insegnanti, negozianti, industriali e via enumerando. Analizzare l’evasione su questo piano scava invece lacerazioni sociali tra categorie di concittadini che, nella stessa situazione, si comporterebbero più o meno in modo omogeneo; l’impostazione moralistica è stata alimentata anche dalle associazioni dei dipendenti, con capacità  economica più “visibile” per il fisco, rispetto alle categorie complessivamente “meno esposte”, cioè industriali, artigiani, commercianti, professionisti, etc.. Iniziò così una lacerazione sociale fatta di recriminazioni reciproche, con gli “autonomi” che ritorcevano le accuse verso i dipendenti, accusati di assenteismo, doppio lavoro rigorosamente in nero e deresponsabilizzazione; sul piano della morale e del senso civico poi i falsi certificati medici, le timbrature del cartellino affidate ai colleghi, l’ attivismo nell’utilizzo del “posto” per ottenere favori, fino al personale aeroportuale dedito al saccheggio dei bagagli o gli straordinari d’oro del comune più dissestato d’Italia, confermano che la moralità  è un dato globale da cambiare gradualmente e nel complesso. Il fisco non può essere un’isola felice, o una zona d’ombra, nella moralità  nazionale generale, modificabile solo nel lungo periodo, e a 360 gradi; è ingenuo risolvere i problemi della tassazione facendo appello a un comportamento adamantino nel paese dei falsi invalidi, delle truffe alle assicurazioni, delle case popolari subaffittate, delle nonnette ibernate per continuare a prendere la pensione e via enumerando.

Inoltre, la bassissima qualità  dei servizi resi dal settore pubblico a fronte delle imposte non sfugge ai dipendenti, ed innesca ulteriori recriminazioni contro la politica e la burocrazia.

Più di un solco sociale queste pseudo-spiegazioni moralistiche producono una pluralità  di lacerazioni tra settori diversi di una società  dove ognuno, al posto degli altri, si comporterebbe probabilmente nello stesso modo. Ne nascono incontrollate reazioni a catena, devastanti per il cuore stesso della tassazione analitico aziendale, cioè i controlli, sempre più attratti verso il regime giuridico di quanto è palese, anzichè verso la ricerca di quello che è stato nascosto. Il fisco vive grazie a quello che i contribuenti, prevedendo la possibilità  e il contenuto di futuri controlli, pensano di non poter nascondere e quindi dichiarano. A tal fine effettuano anche attività  di inquadramento giuridico, di interpretazione, e per il fisco è sufficiente intervenire su queste interpretazioni, ovvero su altre vicende alla luce del sole, per riempire le statistiche degli accertamenti, lavorando anche in modo più facile, con riferimento a disposizioni di legge “più correttamente interpretate”, senza mettersi in gioco con le sfuggenti valutazioni necessarie a scoprire ciò che è nascosto. Nella carenza di visioni di insieme della tassazione, si riescono a far passare per “evasioni fiscali”, anche le maggiori imposte accertate in relazione al regime di vicende regolarmente dichiarate o comunque palesi. Il controllo, invece di integrare il ruolo delle organizzazioni aziendali, sulla capacità  economica che esse non rilevano o occultano al loro interno, si dirige in gran parte alla reinterpretazione di ciò che è stato dichiarato o è comunque palese. Questa tendenza, in parte congeniale alla comodità  operativa dell’amministrazione, si salda con la ricomposizione delle suddette lacerazioni sociali a carico di una imprecisata categoria di “grandi evasori”; è una categoria concettuale adatta a un contesto sociale che non ha fatto mai davvero i conti con le ideologie, con gli anni in cui l’imprenditore veniva chiamato “sfruttatore” e il profitto appariva come qualcosa di cui vergognarsi; svanite le ideologie, resta un retroterra di attrazione e diffidenza, leggende metropolitane dove le imprese sono luoghi favolosi di soldi e d’intrigo; in un contesto che vede le aziende come grandi bottegai è del tutto normale pensare che esse ne replichino su larga scala quei comportamenti che sono sotto gli occhi di tutti; per di più, nell’immagine mediatica, queste fantomatiche organizzazioni non evaderebbero per bisogno, ma per bieca perversione, conformemente a una diffusa personificazione aziendale, che presenta spesso le imprese come fantomatiche entità  malvagie che imbrogliano i consumatori, espongono i dipendenti agli infortuni, danneggiano l’ambiente, la salute e la concorrenza: su questi presupposti figuriamoci se può mancare l’evasione delle imposte!. Sono estremizzazioni, certo, ma che rendono l’idea di un certo analfabetismo economico di una classe dirigente spesso formata nei licei e laureata in giurisprudenza, per cui l’organizzazione aziendale è un oggetto misterioso, modellato più sulle immagini televisive che sulla vita reale. Sono stereotipi che poi ci si portano dentro, in parte, anche quando ci si trova ad operare nei mezzi di informazione, con la necessità  di interessare, di indagare, di scuotere le coscienze di chi non ha tanto tempo per leggere e riflettere: anche sotto questo aspetto, una serena comprensione dei meccanismi della convivenza sociale, anche in campo tributario, non può essere demandata solo ai giornalisti. Calando nel controllo fiscale la formula mediatica dei “grandi evasori”, essa non può che dirigersi alle organizzazioni su cui si basa la stessa “tassazione analitico aziendale”, che così, per carenza di spiegazioni, finisce in un circolo vizioso dove cannibalizza se stessa. Buona parte dell’attività  di controllo, già  esigua in assoluto, si consuma infatti sull’interpretazione di quanto il fisco conosce, invece di cercare di quanto ignora. Questo atteggiamento è gradito anche ai titolari di organizzazioni sufficientemente flessibili per conciliare il rigido controllo interno con l’occultamento al fisco di cifre modeste rispetto al giro d’affari, ma notevoli in assoluto. Chi non può prendersi queste rivincite nell’ombra è la vera vittima di un sistema che oggettivamente scoraggia chi, per ragioni proprietarie, dimensionali, organizzative, desiderio di tranquillità , timori d’immagine, mancanza di particolari bisogni o persino senso morale non può mentire, dichiara e si sente dire che doveva “dichiarare in un altro modo”, senza avere soddisfazione da giudici frettolosi, oltre tutto retaggio di quando la fiscalità  era elementare. Le colpe di ciò che è nascosto sembrano ricadere su quello che è visibile, e ci si trova in una babele dove si destreggia bene solo chi può nascondere e, se proprio le cose vanno male, riesce a corrompere. Certamente non è un clima che agevola la crescita dimensionale, e l’istituzionalizzazione, del nostro tessuto imprenditoriale, nonchè l’insediamento in Italia dei gruppi esteri che hanno già  raggiunto tali dimensioni.



Avv. Pierpaolo Petruzzelli

http://www.studiolegalerossieassociati.com/
Dott. Lucio Rossi

 
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