L’instaurazione del procedimento e il promovimento ex officio

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L’art. 678 c.p.p. prvede che il procedimento di sorveglianza possa avere inizio “a richiesta del p.m., dell’interessato, del difensore o d’ufficio”, contemplando un ventaglio di possibilità  di inusitata ampiezza, pienamente giustificato, peraltro, dalla particolare connotazione del rito. Esso, infatti, a differenza del processo di cognizione o di esecuzione, non è riconducibile alla definizione di processo di parti, essendo mosso da due interessi diversi ma non contrapposti: l’interesse pubblico alla effettiva rieducazione e quello del singolo a vedere dichiarato attenuato il rapporto penale esecutivo . La prevalenza accordata alla realizzazione della finalità  rieducativa di cui all’art. 27 comma 3 Cost. comporta inevitabilmente l’allargamento della sfera dei soggetti legittimati ad avviare il meccanismo di verifica.

Il settore dell’iniziativa è stato interessato dalla riforma del processo penale sotto due importanti profili: da un lato, l’art. 678, comma 1, ha ampliato il novero dei titolari dello ius postulandi, includendovi il p.m. ed il difensore, non contemplati dal previgente art. 71, comma 2, ord. penit.; dall’altro, l’art. 236, comma 2, disp. Coord. c.p.p., eccettuando dall’abrogazione le disposizioni processuali non ricomprese nel capo II-bis titolo II della legge penitenziaria, ha scongiurato la scomparsa della legittimazione riconosciuta dall’art. 57 ord. penit. al consiglio di disciplina ed ai prossimi congiunti; scomparsa che era stata ipotizzata muovendo dal carattere esaustivo dell’elencazione contenuta nella norma codicistica. Non è stato ancora chiarito, invece, se sia possibile o meno riconoscere il diritto di iniziativa a soggetti ulteriori rispetto a quelli indicati in sede legislativa.

Quanto alle concrete modalità  di esercizio del potere di iniziativa, la disciplina si rivela assolutamente lacunosa: il legislatore non ha dettato alcuna prescrizione in merito alle formalità , ai tempi ed al contenuto degli atti di avvio del procedimento, forse nell’intento di evitare che un eccessivo formalismo incidesse negativamente sul perseguimento del fine rieducativo della pena. Una simile normativa ha consentito, infatti, di ritenere operante anche in questa materia il principio generale di libertà  delle forme, con la conseguente ammissibilità  di istanze comunque formulate, anche oralmente.

Affinchè l’atto di impulso risulti idoneo ad avviare un procedimento dovrà  comunque contenere alcuni requisiti minimi, individuabili nelle generalità  dell’istante e del destinatario del provvedimento, nel petitum ed, infine, nella sottoscrizione del richiedente. Non è invece obbligatoria l’indicazione di “specifici elementi di prova”, vuoi perchè l’istante può trovarsi nell’impossibilità  pratica di attingere elementi probatori a conforto della richiesta , vuoi perchè nel rito di sorveglianza compete al giudice acquisire la documentazione indispensabile per la decisione.

La richiesta deve, piuttosto, contenere una esplicitazione, sia pur generica, delle ragioni poste a sostegno della domanda .

La previsione del possibile avvio del procedimento di sorveglianza ad opera dello stesso giudice competente a decidere, in deroga al principio generale del ne procedat iudex ex officio, costituisce una regola tipica ed esclusiva di questo rito, nel quale la rieducazione assurge a d interesse pubblico prioritario, facendo cadere “l’elemento di contrapposizione antagonistica con l’interesse privato alla risocializzazione mediante attenuazione del trattamento detentivo . Ne consegue la particolare collocazione del giudice di sorveglianza, che assume il ruolo di difensore dei diritti del detenuto o, secondo un’interpretazione parzialmente rieducativa, di giudice difensore della funzione rieducativa. E’ agevole, quindi, precisare che la facoltà  di avvio officioso, lungi dal presentarsi come espressione di un accentuato carattere persecutorio e, quindi, inquisitorio della procedura, risponde piuttosto all’esigenza di partecipazione attiva dell’organo giurisdizionale alla verifica ed al potenziamento del progetto rieducativo. La dottrina ha anzi sottolineato che l’attribuzione di un compito promozionale alla magistratura di sorveglianza è quanto mai opportuna, dato che la stessa si trova nelle migliori condizioni onde verificare la sussistenza di un ragionevole fumus per l’avvio del procedimento.

Nel valutare la regolamentazione ex officio, la dottrina ha ritenuto che la generica previsione legislativa finisce per rivelare una consistenza piuttosto scarna. Gli organi giudiziari, non avendo, quanto meno in ogni momento, una conoscenza diretta ed esauriente della singola vicenda detentiva, si trovano assai spesso a procedere sulla base di stimoli provenienti da altri soggetti, quali il direttore dell’istituto, gli operatori del centro di servizio sociale, i datori di lavoro: naturalmente tutte queste segnalazioni, non assurgendo ad atti di iniziativa in senso proprio, non determinano nel giudice l’obbligo giuridico di procedere. Consequenziale è stato lo sforzo di individuare i casi in cui, nonostante la genericità  della formulazione normativa, il procedimento può effettivamente iniziare su impulso dello stesso giudice.

http://www.4ensicmag.com/procedura-penale/il-procedimento-di-sorveglianza-caratteri-essenziali

http://www.4ensicmag.com/procedura-penale/natura-del-procedimento-di-sorveglianza

http://www.4ensicmag.com/procedura-penale/verso-la-giurisdizionalizzazione-delle-forme


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Avv. Gabriele Roberto Cerbo

 
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