Natura del procedimento di sorveglianza

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Tra gli elementi di novità  che maggiormente caratterizzano la riforma penitenziaria del 1975 una posizione di primo piano dev’essere riconosciuta al procedimento di sorveglianza. La sua introduzione ha segnato infatti il pieno superamento della concezione tradizionale dell’esecuzione della pena come fenomeno di “pura amministrazione, dominata dall’imperio della mera discrezionalità ” .

A ben vedere la creazione del procedimento di sorveglianza ha costituito la conseguenza necessitata del ruolo assegnato, dopo una quasi trentennale “ibernazione” , al principio del finalismo rieducativo della pena proclamato dall’art. 27 comma 3 Cost. .

Muovendosi sulla base di tale coordinata, il legislatore ordinario non ha potuto esimersi dal riconoscere all’interessato il diritto al riesame della sua posizione in executivis, onde accertare se la parte di pena già  espiata “abbia o meno assolto al suo fine rieducativo”, in conformità  ad un puntuale insegnamento della Corte cost.: si vuole alludere alla sentenza 74/204, la quale ha peraltro statuito la necessità  di effettuare l’accertamento mediante “mediante un a valida e ragionevole garanzia giurisdizionale” .

E’ evidente che una simile impostazione indebolisce sensibilmente la barriera del giudicato ed altrettanto evidenti sono le sue immediate implicazioni: se per un verso la pena inflitta nella sentenza di condanna diventa modificabile, per altro verso soltanto l’intervento di un giudice secondo cadenze giurisdizionali si rivela in grado di garantire che tali variazioni modali e quantitative avvengano nel rispetto della legalità  . L’introduzione del procedimento di sorveglianza costituisce, quindi, l’adempimento di un ineludibile dettato costituzionale, che negli artt. 13 comma 2 e 25 comma 2 contempla una riserva di giurisdizione relativamente ai provvedimenti sulla libertà  personale.

E’ interessante notare che sulla natura giurisdizionale di questo procedimento si è registrato un accordo unanime sia in dottrina sia in giurisprudenza, indipendentemente dal fatto che nella sua disciplina si rinvengono taluni profili non in linea con il concetto di giurisdizione tradizionalmente accreditato: a questo proposito si possono menzionare il potere di avvio riconosciuto al giudice, la peculiarità  dell’oggetto, visto che si prescinde dall’esistenza di una lite e dalla violazione del diritto oggettivo ed, infine, l’anomalo atteggiarsi del giudicato. Sennonchè, la dottrina non ha attribuito un rilievo determinante a questi fattori ed ha viceversa sottolineato la ricorrenza di tutti i requisiti richiesti dalla Costituzione per qualificare una certa attività  come giurisdizionale: l’accento è stato posto sugli spazi riservati al diritto di difesa (art. 24 comma 2 Cost.), sull’obbligatoria motivazione del provvedimento conclusivo (art. 111 comma 1 Cost.), nonchè sulla ricorribilità  dello stesso per violazione di legge (art. 111 comma 2 Cost.).

In realtà , nella sua prima versione la disciplina del procedimento di sorveglianza tradiva sotto diversi profili il suo carattere ancora “sperimentale” , nonostante gli sia riconosciuta una portata “rivoluzionaria”: forgiato in una fase avanzata dei lavori parlamentari, esso risultava interamente regolato nei nove commi dell’art. 71 ord. penit. e presentava una notevole serie di lacune e di imperfezioni sistematiche, talora rilevanti proprio sul terreno delle garanzie giurisdizionali. Non a torto si è parlato del procedimento di sorveglianza come del frutto di un apprezzabile ma limitato sforzo di fantasia riformistica, sia per carenze di tecnica legislativa sia per un’insufficiente chiarezza di idee in merito alle materie da ricondurre all’interno della sua orbita.

Relativamente a tali problematiche, va dato atto, comunque, di un ricorrente processo evolutivo: la l. 22 gennaio 1977 n.1, sostituendo l’originario art. 71 ord. penit. con un intero capo — il capo II-bis, articolato in sei disposizioni — ha rappresentato un momento di innegabile maturazione ed ha conferito al procedimento di sorveglianza una fisionomia per molti versi ancora attuale. In un secondo tempo, il legislatore è nuovamente intervenuto con la l. 10 ottobre 1986 n. 663, la quale ha centrato il non trascurabile obiettivo di ovviare alla non sempre razionale pluralità  di riti esistenti nella fase esecutiva. Si è, infine, arrivati al mutamento di collocazione attuato dal codice del 1988, che ha unificato il procedimento di sorveglianza con quello di esecuzione, o meglio ha disciplinato il primo con un rinvio quasi totale alla regolamentazione stabilita per il secondo.


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Avv. Gabriele Roberto Cerbo

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