Verso la giurisdizionalizzazione delle forme

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L’art. 678 c.p.p., da leggersi per necessaria interazione con l’art. 666 c.p.p., reca l’unico, ma non esclusivo, modello normativo contemplato da vigente codice di rito per l’attuazione delle competenze demandate alla magistratura di sorveglianza . Modello “non esclusivo” di iter procedimentale avanti la magistratura di sorveglianza in quanto, come già  precedentemente ricordato, convivono con esso una serie di moduli atipici, tra cui spiccano, per compiutezza sistematica e rilevanza ratione materiae, da una parte il procedimento per reclamo disciplinato dall’art. 14-ter ord. penit., dall’altro il cosiddetto processo di sicurezza, la cui regolamentazione si deve agli artt. 679 e 680 c.p.p.

E’ opportuno in questa sede cogliere, giustificandoli, i momenti di differenziazione tra il modulo esecutivo e quello di sorveglianza “tipico” . Innanzitutto, si ravvisano divergenze forti rispetto ai criteria dettati dall’art. 665 c.p.p. per individuare il giudice dell’esecuzione “naturale”: le regole che l’art. 677 c.p.p. inquadra per l’affermazione di quello che è l’ufficio di sorveglianza competente a compiere interventi manipolativi sul titolo, infatti, sono assolutamente svincolate (tranne che nel caso, residuale, di cui all’art. 677, comma 2, ultima parte, c.p.p.) dal giudice-organo autore della decisione di merito, bensì radicate al luogo di espiazione della pena/misura di sicurezza ovverossia a quello di residenza o domicilio dell’interessato; in entrambe le ipotesi non equivoca è la ratio sottesa alla scelta del legislatore tecnico: precostituire giudice della sorveglianza, quello la cui collocazione territoriale risulti più agevolmente praticabile per l’interessato.

Ulteriormente, poi, non vi è coincidenza tra i soggetti legittimati ad introdurre il procedimento di cui all’art. 678 c.p.p. e potenziali promotori dell’incidente di esecuzione: il legislatore del 1988, nell’ottica del perseguimento dell’uniformità  delle procedure esecutive, ha, infatti, allargato la sfera dei soggetti legittimati a promuovere il rito di sorveglianza includendo accanto all’interessato e al difensore anche il pubblico ministero, non dimenticando, al contempo di riconoscere la specificità  in tema di rieducazione mediante la previsione dell’iniziativa d’ufficio. In altri termini, il numero dei promotori attivi è più ampio rispetto alla “cerchia” dei legittimati ex art. 666 c.p.p.

S’aggiunga, poi, che regola speciale è anche quella dell’art. 678, comma 2, c.p.p., che caratterizza i tratti dell’istruzione probatoria nel processo di sorveglianza, differenziandoli, in direzione estensiva, rispetto alla corrispondente disciplina del procedimento di esecuzione: in buona sostanza, la disposizione prescriva al giudice di sorveglianza “quando si procede nei confronti di persona sottoposta a osservazione scientifica della personalità  di acquisire la relativa documentazione avvalendosi della consulenza dei tecnici del trattamento”.

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Avv. Dario Vinci, Avv. Alessio Schiuntu

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Avv. Gabriele Roberto Cerbo

 
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